Di chi è la colpa se mio figlio va male a scuola?   Simona  

 

Gli individui hanno nella loro natura una caratteristica che crea apprendimento: la curiosità.

La curiosità è interesse e l’interesse è proporzionale all’apprendimento.

Allora perché spesso ci lamentiamo che i ragazzi non sono interessati agli studi?

Perché trasmettere agli altri ciò che si possiede come preparazione (insegnare) non è una cosa da tutti.

Tanti insegnanti non hanno questo dono ed interagiscono con i ragazzi come educatori non come “solleticatori” di curiosità.

Quando troviamo insegnanti che possiedono questo dono, impariamo tutto con una facilità estrema, con piacere, senza sentire il peso della cultura.

Questo è possibile quando incontriamo insegnanti che sanno fare loro ciò che hanno imparato e che sanno trasmetterlo. I libri di testo, tutti, sono vecchi, non rispecchiano il presente e non sono, spesso, espressi con un linguaggio attuale; per comprendersi bisogna parlare la “stessa lingua”, invece, spesso, si usano ancora testi scritti da decine di anni. Inoltre a scuola difficilmente ci insegnano un metodo di studio, ci chiedono solo di studiare. Ma qual’è  un metodo efficace di studio?

Leggere, comprendere il senso generale di quanto è scritto, conservare dati precisi (date, luoghi, etc..) ed elaborare i pensieri con la propria mente; così facendo, le nozioni divengono nostre e le conserviamo più facilmente.

Il lavoro è per tutti faticoso e noioso, se non si fa il proprio e la scuola è un punto di partenza uguale per tutti, non personalizzato; tutti studiamo le stesse cose, anche quelle che non ci interessano, spesso “da soli”, senza i giusti approfondimenti. Nella scuola non ci sono spazi per approfondimenti e scambi di pensiero con i ragazzi, gli si chiede solo di acquisire, biecamente tutto ciò che i programmi prevedono, spesso anche cose non ben comprese. Ma cosa succede se ci chiedono di imparare qualcosa che non abbiamo capito o che non ha suscitato il nostro interesse? La impariamo male e poco volentieri e, soprattutto, la dimentichiamo velocemente.

Imparare dev’essere un piacere, non una costrizione sterile. I bambini ed i ragazzi in età scolare hanno ottime capacità di apprendimento e sono in grado, più di noi adulti, di estrapolare concetti ed imparare.

 Esistono istituti dove si lascia ai ragazzi la libertà d’insegnare ai docenti ciò che sanno?

Perché ci si pone solo come educatori e mai come allievi?

Imparare dai ragazzi è forse un atto di sottomissione o sminuisce la nostra autorità di adulti?

Gli scambi d’informazione sono solo proficui ed inoltre rendono il lavoro meno faticoso.

La scuola è una palestra in cui le nostre menti devono aprirsi, non chiudersi e l’apprendimento dev’essere un piacere, non una tortura; se insegniamo ai nostri ragazzi che il lavoro è duro e noioso, quale sarà il loro futuro lavorativo?

 

 

 

Di chi è la colpa se non trovo lavoro? Simona

 

Il lavoro è un hobby retribuito, o meglio questo dovrebbe essere.

Un lavoro diventa noioso o faticoso quando non è il nostro. Ognuno di noi possiede il proprio lavoro dalla nascita, ma non tutti lo trovano.

I problemi nascono quando facciamo un lavoro che non ci appartiene, perché non ne siamo in grado, quindi lo faremo male e mal volentieri.

Perché?

Perché ci hanno sempre detto che dobbiamo lavorare, non importa se ci piace ciò che facciamo, dobbiamo guadagnare, se poi questo ci appaga anche siamo fortunati, altrimenti dobbiamo prenderlo come un dovere.

Nella vita nulla dovrebbe essere fatto se non per piacere; lavorare è un piacere, quando si fa il proprio lavoro. Ma cosa significa fare il “proprio lavoro”?

Quando nasciamo abbiamo delle attitudini  (competenze), traducibili in lavoro e guadagno; se applichiamo le nostre competenze rendendole lavoro, saremo bravi ed il lavoro non sarà un mostro da sconfiggere ogni giorno, bensì un piacere ed una soddisfazione continui.

Non tutti possiamo fare tutto: ci sono persone che sono nate per stare a contatto con la terra, persone che hanno il dono di trasmettere agli altri ciò che posseggono, persone nate per curare i mali, per organizzare, per creare arte o tecnologia...

I lavori sono mille, tutti interessanti, ma ognuno deve fare il suo, non quello di altri.

Sarebbe meraviglioso se, alla fine delle scuole medie, si facessero dei test per scoprire le attitudini di ogni ragazzo, ed in base a questo, formarli professionalmente. Così avremmo tutti lavoratori appagati e felici di lavorare.

Di chi è la colpa se mi annoio in chiesa e se Dio non parla con me? 

Quasi sempre nasciamo in famiglie religiose o che hanno semplicemente un’educazione religiosa (la differenza è sostanziale); dunque dalla nascita riceviamo indottrinamenti, dogmi e sacramenti religiosi, anche senza comprenderne fino in fondo i valori ed i significati.

Chi è Dio?

Come faccio a parlare con Lui e ascoltare ciò che ha da dirmi?

Dio è il nostro creatore ed in quanto tale è dentro di noi; ascoltare Dio, significa ascoltare il nostro cuore, la nostra coscienza.

Dio ci ha donato tutti gli strumenti per autoregolamentarci; ognuno di noi sa cosa è bene e cosa è male per se stesso; sappiamo che l’odio, la rabbia, la paura, l’ansia, l’alcol e le droghe ci danneggiano e bloccano la nostra evoluzione, ma Dio ci ha lasciato la libertà di scegliere, di assumerci, da soli, le nostre responsabilità (non si può sempre vivere nell’attesa che qualcuno scelga per noi, neppure se questo qualcuno è Dio), quindi spetta a noi trovare le nostre regole e seguirle.

Le religioni sono tante ma dicono tutte la stessa cosa: dobbiamo amarci e vivere nel bene, non per dogma, ma per il nostro quieto vivere.

Pochi di noi imparano ad amarsi prima di amare gli altri; amare solo ciò che si trova all’esterno di noi, non è vero amare.

L’essere supremo per ognuno di noi è se stesso; Gesù diceva: “Amatevi come io vi amo”.

Quanti significati ci sono in questa semplice frase.

Perché amare se stessi; a cosa serve?

Serve ad imparare ad amare: se non amo me stessa, come potrò dire di amare qualcun altro?

Inoltre le religioni sono dettate con linguaggi non attuali, non rispecchiano, spesso la modernità e sono pertanto, difficili da comprendere ed accettare.

Amare Dio significa confermare questa scelta giorno per giorno non vivere di rendita su una decisione più o meno propria e presa da bambini.

La fede dev’essere quotidiana altrimenti diviene fanatismo.

Oggi conosco cose che ieri non conoscevo e posso comprendere meglio i messaggi di Dio; più conoscerò me stessa, intimamente, più sarò vicina a Lui, più la mia vita sarà serena.

I nostri insegnamenti sono, molte volte, atti a proiettarci verso l’esterno, a cercare benessere e salute fisica all’esterno di noi, a cercare Dio solo in chiesa, dimenticando che, tutti l’abbiamo a disposizione in qualunque momento e luogo, perché dentro di noi.

Per ascoltare Dio occorre svuotare la mente dalle voci inutili (i nostri mille pensieri) ed avere la giusta attenzione; in chiesa ciò appare più semplice perché quando ci andiamo sappiamo che quello è il luogo di preghiera, non abbiamo le nostre distrazioni e, pertanto ci sentiamo più vicini a Lui, mentre la condizione di ascolto la possiamo ritrovare ovunque.

 

 

Di chi è la colpa se mi ammalo?  Simona

Da dove vengono le malattie?

Non dall’esterno. Il corpo umano è un terreno; se questo è “fertile” le malattie attecchiscono, altrimenti è inattaccabile.

La fertilità è dovuta a problemi interiori irrisolti, anche in età infantile.

Spesso ci accadono delle cose, nella vita, che non accettiamo e dentro coviamo rancori o dispiaceri, che restano, crescono e si modificano, fino a divenire malattie anche degenerative.

Ma allora siamo comunque “vittime” delle malattie?

No, perché la nascita di queste parte da un consenso interiore e se questo non c’è, non c’è neppure malattia.

L’automedicazione consiste proprio in questo; individuare la causa del male, analizzarla e, una volta riconosciutala, eliminarla.

Tutto questo può apparire fantascientifico, ma è estremamente reale.

Il nostro organismo è sempre in grado di individuare le cause dei mali, quindi di eliminarle; per meglio comprendere detto concetto, si può pensare a quando abbiamo un’intossicazione alimentare; ci basta pensare a cosa abbiamo mangiato (“Perché mi fa male lo stomaco?”), per riconoscere l’alimento che ci ha causato il malessere. Funziona così anche per il resto.

Anche un lavoro sbagliato può portare ad insoddisfazione che può degenerare in malattia; quando non si fa ciò per cui si è più portati, lo si fa mal volentieri e, spesso, senza gratificazioni personali. I colleghi ed i datori di lavoro ci appaiono come nemici dai quali difenderci, non come collaboratori; se il lavoro non è fatto in modo sinergico risulta sempre frustrante.

Il corpo umano è un bene prezioso e bisogna garantirgli un buon stato di salute, affinché la nostra vita sia lunga e tranquilla.

Ho conosciuto molte persone che utilizzano le malattie come compagnia; senza di esse si sentono sole e tristi, ma è davvero questa la compagnia che cerchiamo?

Ogni anno, in tutto il mondo, i malati aumentano, gli stati sopportano milioni di spese che causano deficit pubblici; inoltre i farmaci tradizionali danno sempre effetti collaterali che danneggiano il nostro organismo; dunque, invece di guarire, ci ammaliamo in altri punti del corpo.

Dove si andrà a finire di questo passo?

Le ricerche fatte sull’automedicazione dimostrano che ciò è possibile, anzi è la via più indolore ed economica che ci sia per la cura di noi stessi.

Il benessere interiore dà benessere fisico; la chiave di tutte le guarigioni è dentro di noi (come la causa) e se non risolviamo i nostri problemi interiori, avremo sempre nuove e peggiori malattie con cui combattere.

Per il nostro benessere è indispensabile “accettare” ciò che possediamo interiormente ma che non ci piace ed utilizzare tutte le nostre qualità al meglio. Questa è, a mio avviso, la migliore ricetta per il nostro benessere